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Basta traffico, affitti alle stelle e vicini che non si salutano nemmeno. C’è chi sogna di mollare tutto e trasferirsi in un ecovillaggio, tra natura, sostenibilità e nuove relazioni. Ma come si vive davvero in queste comunità e perché attirano tanta curiosità?

Che cosa tiene insieme due persone?

Sono da sempre convinta che la risposta sia: “tre cose: l’attrazione, un progetto comune e la lealtà.”.
Sono tre ingredienti che considero fondamentali in una relazione sentimentale, perché l’attrazione ci avvicina, un progetto ci dà una direzione e la lealtà ci permette di costruire qualcosa che duri nel tempo. Se ne manca uno, anche una relazione nata sotto i migliori auspici rischia, prima o poi, di perdere il proprio equilibrio.

Ma se provassimo a trasferire questo ragionamento alle relazioni tra persone che condividono un luogo in cui vivere? Naturalmente non parliamo di attrazione sentimentale, ma di quella forma di affinità che ci rende piacevole la compagnia degli altri, del desiderio di realizzare qualcosa insieme e della fiducia che nasce dal rispetto reciproco.

Nei nostri condomìni abitiamo a pochi metri gli uni dagli altri, condividiamo muri, tetti, impianti, cortili e spese, eppure spesso non conosciamo nemmeno il nome di chi vive sul nostro pianerottolo. Abbiamo imparato a dividere i millesimi con precisione quasi chirurgica, ma siamo decisamente meno preparati a condividere qualcosa che non sia una fattura.

Ci siamo mai chiesti che cosa ci tenga realmente insieme, oltre a un indirizzo e a un amministratore? E soprattutto, è sufficiente abitare nello stesso edificio per sentirsi parte di una comunità? Forse è anche per questo che alcune persone stanno cercando altrove qualcosa che l’abitare tradizionale non riesce a offrire. E tra le alternative che attirano curiosità e interesse ci sono gli ecovillaggi.

«Sono stufo di questo sistema»

«Sono stufo di questo sistema, avrei voglia di stare nella natura». A scriverlo è un pizzaiolo che racconta di avere esperienza anche nei lavori di costruzione e chiede se qualcuno possa aiutarlo a cambiare vita. In un altro messaggio, una persona cerca un alloggio immerso nella natura, lontano dall’inquinamento e dalle sostanze chimiche, possibilmente condividendo le spese; qualcun altro racconta la difficoltà di sostenere un affitto di 900 euro al mese.

Sono testimonianze raccolte sui social, in uno spazio frequentato da persone interessate a soluzioni abitative alternative, collaborazioni e nuove esperienze di vita. Non tutti stanno necessariamente cercando un ecovillaggio: c’è chi vorrebbe una stanza, chi un lavoro, chi semplicemente una sistemazione temporanea. Eppure, leggendo questi messaggi, si ha l’impressione che dietro la ricerca di un tetto ci sia talvolta una domanda più profonda: e se il problema non fosse soltanto trovare una casa, ma il modo in cui abbiamo organizzato la nostra esistenza, il nostro abitare?

Gli affitti pesano sui bilanci familiari, le giornate si consumano tra lavoro e spostamenti e i rapporti di vicinato, quando esistono, spesso si limitano a un saluto frettoloso nell’ascensore. Nel frattempo abbiamo appartamenti sempre più attrezzati, connessioni velocissime e la possibilità di farci consegnare a domicilio praticamente qualsiasi cosa. Eppure, nonostante tutte queste comodità, qualcuno comincia a chiedersi se il benessere coincida davvero con ciò che possediamo e con la velocità con cui riusciamo a ottenere quello che desideriamo.

C’è chi sogna di coltivare un orto, chi vorrebbe ridurre i consumi, chi cerca relazioni più autentiche e chi desidera semplicemente rallentare. Sono motivazioni molto diverse, ma alcune finiscono per incontrarsi attorno a una parola che negli ultimi anni ha conquistato una crescente visibilità: ecovillaggio.

Non chiamateli hippie

Quando sentiamo parlare di ecovillaggi, l’immaginazione corre facilmente ai figli dei fiori, alle comunità degli anni Settanta e a persone che coltivano pomodori cantando attorno a un falò o con le campane tibetane. È un’immagine suggestiva, ma decisamente riduttiva rispetto alla varietà delle esperienze che oggi si riconoscono in questo modello.

Un ecovillaggio può nascere dal recupero di un borgo abbandonato, svilupparsi attorno a una fattoria o a un insediamento rurale, oppure assumere forme più vicine alla realtà urbana. Il denominatore comune è il tentativo di organizzare la vita quotidiana in modo più sostenibile, prestando attenzione non soltanto all’ambiente, ma anche alle relazioni, all’economia locale e all’utilizzo delle risorse.

Il Global Ecovillage Network, la rete internazionale che promuove queste esperienze, considera infatti la sostenibilità un concetto che comprende quattro dimensioni: ecologica, economica, sociale e culturale. In altre parole, installare pannelli solari e fare correttamente la raccolta differenziata non è sufficiente per trasformare un insieme di abitazioni in un ecovillaggio.
Non bisogna nemmeno confondere questo modello con il cohousing, nel quale il punto di partenza è generalmente la presenza di abitazioni private affiancate da spazi o servizi condivisi. Negli ecovillaggi il progetto può coinvolgere molti altri aspetti della quotidianità, dall’alimentazione al lavoro, dai consumi al rapporto con il territorio.

Naturalmente non esiste una formula universale. Ci sono realtà nate da proprietà private, aziende agricole e attività ricettive, così come esperienze sviluppate attraverso altre forme organizzative. Alcune ospitano residenti stabili, altre accolgono anche volontari, viaggiatori e partecipanti a corsi o attività formative. L’idea di vivere in modo alternativo, insomma, non implica necessariamente il rifiuto dell’iniziativa privata, della tecnologia o delle attività economiche tradizionali. Anzi, in molti casi è proprio la capacità di integrare questi elementi a rendere possibile la continuità del progetto.

Non si vive di soli pomodori

Un altro aspetto curioso emerge osservando gli annunci che circolano negli spazi digitali dedicati a queste nuove forme di vita e collaborazione. In uno di questi, un’associazione culturale in fase di sviluppo cerca persone disposte a contribuire a un progetto legato al territorio, all’artigianato, all’agricoltura e alla riduzione degli sprechi. Fin qui nulla di particolarmente sorprendente, se non fosse che, accanto alle competenze agricole e manuali, compaiono figure come responsabili della logistica, esperti di contabilità, sales manager, social media manager, copywriter, graphic designer e project manager.

Altro che fuga dalla modernità! Naturalmente non stiamo parlando necessariamente di un ecovillaggio già realizzato, ma di un esempio interessante di come il desiderio di sperimentare nuove forme di collaborazione possa incontrare professionalità, imprenditorialità e strumenti digitali.

D’altra parte, perché mai per vivere in modo più sostenibile dovremmo rinunciare al computer, al marketing o alle competenze acquisite durante la nostra vita professionale? Forse la sfida consiste proprio nell’utilizzare conoscenze e tecnologie contemporanee per costruire una quotidianità meno dipendente da consumi e abitudini che consideriamo ormai inevitabili.

Questo non significa che ogni progetto alternativo sia automaticamente valido o sostenibile. Tra un annuncio entusiasta e un’attività capace di mantenersi nel tempo c’è una differenza sostanziale, fatta di organizzazione, risorse economiche, competenze e chiarezza nei rapporti di collaborazione. Le buone intenzioni possono essere un ottimo punto di partenza, ma non pagano le bollette e non sostituiscono un’organizzazione efficiente. Anche le alternative al sistema, prima o poi, devono fare i conti.

Quando il progetto diventa realtà

In Italia esistono esperienze di ecovillaggio sviluppate attorno al recupero di antichi borghi, edifici rurali e aziende agricole. Secondo le informazioni raccolte dalla Rete Italiana Villaggi Ecologici, alcune realtà combinano la presenza di una comunità residente con attività di ospitalità ecoturistica, laboratori culturali, formazione e piccole produzioni agricole.

Non si tratta quindi soltanto di case immerse nel verde, ma di luoghi nei quali abitare può intrecciarsi con il lavoro, l’accoglienza e la valorizzazione del territorio. È un aspetto che merita attenzione, perché quando parliamo di sostenibilità pensiamo quasi sempre al risparmio energetico, mentre dimentichiamo che recuperare un edificio abbandonato significa anche restituirgli una funzione e che riportare persone in un piccolo borgo può contribuire a mantenere vive attività e relazioni che rischiavano di scomparire.

Le formule attraverso le quali questi progetti prendono vita sono molto diverse. Un proprietario può decidere di sviluppare un’esperienza di ospitalità e vita comunitaria all’interno della propria azienda agricola, una famiglia può recuperare un complesso rurale e aprirlo ad attività formative, oppure un gruppo di persone può organizzare un’esperienza residenziale attorno a determinati valori e obiettivi.

Ciò che conta, per chi desidera partecipare, è capire che cosa venga effettivamente proposto: una residenza stabile, un soggiorno temporaneo, un’esperienza di volontariato, un’attività professionale o una combinazione di queste possibilità. Dietro la parola ecovillaggio, infatti, possono nascondersi realtà molto differenti, ciascuna con le proprie caratteristiche, opportunità e condizioni economiche.

Ed è proprio quando il progetto incontra la vita quotidiana che comincia la parte più interessante della storia.

La vita nel verde è bellissima. Ma chi ripara il tetto?

Le fotografie degli ecovillaggi sono quasi sempre irresistibili: tavolate sotto i pergolati, orti rigogliosi, edifici in pietra, bambini che giocano all’aperto e tramonti che sembrano usciti da una pubblicità di prodotti biologici. Difficilmente, però, qualcuno pubblica la fotografia della fossa biologica da sistemare, del trattore che si è rotto o della discussione su chi debba occuparsi delle pulizie all’interno dell’ecovillaggio.

Eppure anche questa è vita nella natura, perché una casa ha bisogno di manutenzione indipendentemente dal panorama che si vede dalla finestra, un orto richiede tempo e fatica e un’attività che ospita persone deve organizzare approvvigionamenti, sicurezza, spese e responsabilità. Poi ci sono le persone, quelle vere, con caratteri, abitudini, esigenze e aspettative diverse. Per quale ragione dovremmo immaginare che chi sceglie di vivere in un ecovillaggio sia automaticamente più disponibile, collaborativo o tollerante del vicino del terzo piano? Eppure cambiare indirizzo non significa cambiare carattere e trasferirsi in campagna non garantisce affatto di lasciarsi alle spalle incomprensioni e conflitti.

La differenza può stare nella motivazione iniziale. Chi sceglie di partecipare a un progetto del genere, almeno in teoria, non sta cercando soltanto un alloggio, ma aderisce anche a una determinata visione della vita. Questo non elimina le difficoltà, tuttavia rende più esplicite alcune aspettative che nell’abitare tradizionale spesso non vengono nemmeno discusse.

E noi, nei condomìni, che cosa stiamo facendo?

Torniamo allora ai nostri condomìni, dove condividiamo già moltissime cose senza aver bisogno di trasferirci in un borgo medievale: il tetto, le scale, gli impianti, il cortile, le spese e una quantità di decisioni che riguardano la vita quotidiana di tutti. Peccato che spesso ce ne ricordiamo soltanto quando arriva il rendiconto dell’amministratore:-(

Se un vicino propone di sistemare il giardino, qualcuno teme immediatamente un aumento delle spese; se si parla di utilizzare meglio un locale comune, cominciano le discussioni; se un residente lascia una pianta sul pianerottolo, può aprirsi un dibattito che meriterebbe tranquillamente tre puntate di una serie televisiva. Naturalmente un condominio non è un ecovillaggio e non deve diventarlo. Nessuno è obbligato a fare amicizia con il vicino, a coltivare zucchine sul terrazzo o a partecipare a una cena collettiva per dimostrare di essere un buon condomino. La libertà di mantenere la propria riservatezza è importante quanto la possibilità di costruire relazioni.

Esiste però una differenza che merita di essere osservata: negli ecovillaggi, almeno nelle intenzioni, le persone scelgono di partecipare a un progetto, mentre nei condomìni tradizionali scegliamo prevalentemente un immobile, valutandone posizione, dimensioni, prezzo e caratteristiche.

Eppure, una volta acquistata o affittata la nostra casa, ci ritroviamo inevitabilmente a condividere una parte della quotidianità con persone che non abbiamo scelto e con le quali dobbiamo trovare il modo di convivere. Possiamo davvero pretendere spirito di comunità da persone alle quali non abbiamo mai proposto nulla da condividere, se non le bollette?
Quando parliamo di sostenibilità abitativa pensiamo immediatamente a cappotti termici, pannelli fotovoltaici e classificazioni energetiche, tutti interventi importanti, naturalmente. Ma perché dedichiamo così poca attenzione al modo in cui potremmo utilizzare meglio le risorse che già condividiamo? Un esempio?

Un gruppo di acquisto tra residenti, uno spazio per scambiare oggetti ancora utilizzabili, una piccola biblioteca condominiale o la possibilità di condividere attrezzature che ciascuno compra per utilizzarle due volte all’anno non sono idee rivoluzionarie, ma proprio per questo potrebbero essere realizzabili senza stravolgere le abitudini di nessuno. Non serve trasformare il cortile in un villaggio ecologico. Forse basterebbe trovare una ragione per collaborare che non sia soltanto la necessità di dividere una spesa.

Non basta abitare insieme per essere una comunità

Torniamo alla domanda iniziale: che cosa tiene insieme le persone?

Nelle relazioni sentimentali abbiamo parlato di attrazione, progetto comune e lealtà, tre elementi che, trasferiti nelle relazioni con gli altri, assumono forme diverse ma conservano una sorprendente attualità.

L’attrazione diventa affinità, quella disposizione positiva che ci porta a interessarci agli altri e che rende piacevole, o almeno possibile, entrare in relazione. Il progetto comune diventa uno scopo condiviso, qualcosa che dia un senso alla collaborazione e trasformi la semplice vicinanza in un’opportunità. La lealtà, invece, rimane lealtà, perché significa rispettare gli impegni, comportarsi correttamente anche quando non siamo d’accordo ed essere persone sulle quali gli altri possano contare.

Ed è proprio quest’ultimo elemento a fare spesso la differenza. Le emozioni possono accendere l’entusiasmo per un’iniziativa, ma è la coerenza dei comportamenti a costruire la fiducia nel tempo. È facile lasciarsi coinvolgere dall’idea di realizzare un orto condominiale, un po’ meno presentarsi regolarmente ad annaffiarlo nel mese di agosto, quando tutti gli altri sono in vacanza. Gli ecovillaggi non hanno inventato questi ingredienti e non è detto che riescano sempre a combinarli. Ci ricordano, però, che una comunità non nasce automaticamente dalla vicinanza fisica e che condividere uno spazio non equivale necessariamente a condividere un progetto.

Questo non significa che dobbiamo diventare tutti amici, organizzare cene collettive o rinunciare alla nostra indipendenza. Significa piuttosto riconoscere che anche le relazioni di vicinato, per funzionare, hanno bisogno di un minimo di disponibilità reciproca, di obiettivi comprensibili e soprattutto di comportamenti affidabili.

Continuiamo a costruire edifici sempre più intelligenti, dotati di tecnologie capaci di controllare consumi, accessi e temperatura, ma raramente ci domandiamo se tutta questa intelligenza tecnologica possa davvero compensare l’assenza di fiducia, collaborazione e obiettivi condivisi.

Gli ecovillaggi non rappresentano necessariamente la risposta ai problemi dell’abitare contemporaneo e possono avere difficoltà, conflitti e contraddizioni esattamente come qualsiasi altra comunità. Il loro interesse, forse, sta soprattutto nel ricordarci che esistono modi diversi di organizzare la vita e che alcune delle nostre abitudini non sono affatto inevitabili.
Non abbiamo bisogno di trasferirci tutti in campagna per sperimentare qualcosa di diverso. Potremmo cominciare dal nostro pianerottolo, magari cercando una piccola ragione per fare qualcosa insieme e dimostrando poi la lealtà necessaria per portarla avanti.Perché un edificio può essere costruito con i migliori materiali del mondo, ma una comunità si costruisce con le relazioni.
E quelle, purtroppo, non si comprano al metro quadrato.

L’articolo Perché vivere vicini non significa vivere insieme. Gli ecovillaggi. proviene da condominiocaffe.it