CV

Diciamolo senza troppi giri di parole.

Davvero il mondo del condominio aveva bisogno di un’altra fiera?

La domanda è legittima. Anzi, sarebbe strano non porsela.

Abbiamo Condominio in Fiera, appuntamento biennale che a Roma riunisce amministratori, professionisti, aziende e rappresentanti delle istituzioni. Abbiamo sperimentato la Fiera Virtuale del Condominio, che ha trasferito formazione, confronto e relazioni professionali in uno spazio digitale, superando almeno in parte il limite geografico degli eventi tradizionali. Abbiamo Condominio Eco, che concentra l’attenzione sulla riqualificazione energetica, sulla sostenibilità e sull’evoluzione tecnologica degli edifici.

E adesso Varese.

Dall’11 al 20 settembre, nell’ambito della Fiera di Varese, Benvenuti in Condominio avrà a disposizione un intero padiglione dedicato al settore.

Troppo?

La risposta più semplice sarebbe sì.

Quella più interessante, probabilmente, è l’esatto contrario.

Il problema non è quanti eventi abbiamo. È se sono tutti uguali

Quando un settore cresce, cresce anche il numero dei luoghi nei quali quel settore prova a raccontarsi.

Il vero nodo, allora, non è stabilire se esistano troppe fiere, troppi convegni o troppe occasioni di incontro. Dovremmo piuttosto domandarci se quegli appuntamenti siano capaci di produrre qualcosa di diverso dalla semplice occupazione di uno spazio espositivo.

Perché se dieci eventi raccontano le stesse cose, alle stesse persone, con gli stessi relatori e magari persino con le stesse formule, allora sì: probabilmente nove sono di troppo.

Ma se ciascuno riesce a intercettare una parte diversa del settore, il ragionamento cambia.

La specializzazione non è necessariamente frammentazione.

Può essere maturità.

Un appuntamento può privilegiare il confronto istituzionale. Un altro l’innovazione tecnologica. Un altro ancora la sostenibilità. Uno può puntare sulla formazione, un altro sulla relazione con il pubblico, un altro sulla contaminazione tra professionisti, imprese e cultura.

Non dobbiamo necessariamente scegliere quale sia “la fiera del condominio”.

Forse dobbiamo smettere proprio di cercarla.

Il condominio italiano non finisce a Roma

C’è poi un elemento che troppo spesso sottovalutiamo: il territorio.

Siamo abituati a parlare del settore condominiale come se fosse un unico grande mercato nazionale, perfettamente omogeneo. Non lo è.

Le professioni si esercitano nei territori. Le imprese crescono nei territori. Le associazioni costruiscono lì le proprie reti. E persino i problemi degli edifici, pur all’interno dello stesso quadro normativo, assumono caratteristiche diverse a seconda del tessuto economico, urbano e sociale nel quale si manifestano.

Un grande evento nazionale può certamente attrarre professionisti da tutta Italia. Ma pensare che possa raggiungere tutti significa ignorare una realtà molto più semplice: le distanze contano ancora.

Contano economicamente, logisticamente e professionalmente.

Varese, da questo punto di vista, non è semplicemente “un’altra fiera”.

Sposta il baricentro.

Porta per dieci giorni l’attenzione del settore verso il Nord del Paese e costruisce un’occasione di incontro per operatori che, forse, difficilmente parteciperebbero a un evento organizzato a centinaia di chilometri di distanza.

La localizzazione, dunque, non è un limite da superare.

Può diventare una caratteristica da valorizzare.

E questo vale per Varese come dovrebbe valere per Napoli, Bari, Palermo, Bologna o qualsiasi altro territorio nel quale esista una comunità professionale sufficientemente viva da avere qualcosa da dire.

Un settore nazionale diventa davvero nazionale quando riesce ad avere molti centri, non quando pretende di averne uno soltanto.

Poi arrivano i premi. E la questione diventa più scomoda

C’è però una seconda domanda.

Forse persino più provocatoria della prima.

Abbiamo davvero bisogno di premiare le “eccellenze” del condominio?

Anche qui la tentazione dello scetticismo è forte.

Viviamo in un tempo nel quale si assegnano riconoscimenti praticamente per qualsiasi cosa. Premi, classifiche e attestazioni rischiano facilmente di trasformarsi in strumenti di autoreferenzialità.

Ed è proprio qui che occorre tracciare una linea.

Un premio ha senso se riesce a distinguere.

Perde senso quando serve soltanto a distribuire gratificazioni.

La differenza è enorme.

Senza modelli di riferimento, l’eccellenza resta soltanto una parola

La competizione non è una patologia del mercato professionale.

Lo diventa quando è opaca, manipolata o costruita esclusivamente sulla visibilità.

Quando invece è trasparente, verificabile e fondata sul confronto, può produrre un effetto molto diverso: costringerci a misurarci.

Ed è qualcosa di cui il nostro settore ha bisogno.

Per migliorare occorre sapere rispetto a cosa vogliamo migliorare.

Per differenziarsi occorre avere qualcuno dal quale differenziarsi.

Per innovare occorre osservare chi ha già provato a farlo.

I modelli professionali servono esattamente a questo. Non devono essere idoli da celebrare, ma riferimenti da osservare, discutere e, perché no, superare.

La sana competizione produce movimento.

L’autoreferenzialità produce immobilismo.

Per questa ragione iniziative che accendono i riflettori su professionisti, imprese e operatori che ogni giorno lavorano nel settore possono avere un valore che supera abbondantemente la consegna di una targa o la fotografia sul palco.

A una condizione, naturalmente.

Che dietro il riconoscimento ci sia credibilità.

Il valore non è salire sul palco. È meritare di esserci

È questo, probabilmente, il punto più delicato.

Non dobbiamo avere paura dei premi. Dobbiamo pretendere che i premi abbiano valore.

Criteri comprensibili. Meccanismi trasparenti. Confronto reale. Capacità di spiegare perché qualcuno venga indicato come modello professionale.

Perché l’eccellenza non può essere semplicemente proclamata.

Deve essere riconoscibile.

Ed è forse questo il contributo più interessante che iniziative di questo tipo possono offrire al settore: introdurre progressivamente una cultura nella quale essere bravi non sia sufficiente. Occorre essere riconoscibili per ciò che si fa, per come lo si fa e per il valore che si riesce a produrre.

Vale per gli amministratori.

Vale per gli avvocati.

Vale per i tecnici, per le imprese e per tutti coloro che ruotano intorno a quel microcosmo economico e sociale che continuiamo, con una certa superficialità, a chiamare semplicemente “condominio”.

E vale ancora di più quando si inventano e si sviluppano nuove idee interessanti.

La Fiera di Varese si articolerà in 10 giorni di eventi tematici, tra cui la premiazione del Premio Condominio Letterario (domenica 13 settembre), giunto alla seconda edizione e che rappresenta oggi l’unico concorso letterario dedicato al mondo del condominio al mondo; senza dimenticare il Premio Magister Condominium (domenica 20 settembre), che valorizzerà le eccellenze del settore condominiale.

Quindi sì. Un’altra fiera

Ben vengano, allora, nuove occasioni di confronto.

Ben venga Varese.

E ben vengano Roma, Rimini e gli appuntamenti digitali, purché ciascuno abbia qualcosa di proprio da dire.

Non abbiamo bisogno di eventi fotocopia.

Abbiamo bisogno di luoghi differenti nei quali un settore sempre più complesso possa incontrarsi, contaminarsi, discutere e persino competere.

E ben vengano anche i premi, quando sono capaci di fare ciò che un riconoscimento dovrebbe fare: non stabilire chi sia arrivato, ma mostrare agli altri quanto ancora sia possibile andare avanti.

Forse la domanda, allora, era sbagliata fin dall’inizio.

Non dovremmo chiederci quante fiere del condominio servano.

Dovremmo chiederci quante occasioni serie di confronto, crescita e riconoscimento il settore sia finalmente abbastanza maturo da sostenere.

Se la risposta continuerà a essere “una in più”, non sarà necessariamente un problema.

Potrebbe essere un ottimo segnale.

L’articolo Un’altra fiera del condominio? Sì, ne abbiamo bisogno proviene da condominiocaffe.it